Verso la moratoria: il 16 novembre tutti sotto al municipio!

Dopo oltre tre anni di battaglie per il diritto ad una casa, ad una vita degna,...

26 denunce per il corteo del 7 febbraio. La parola agli antifascisti

A poche ore dall'ennesima parata neofascista autorizzata dalla questura di...

  • Verso la moratoria: il 16 novembre tutti sotto al municipio!

  • 26 denunce per il corteo del 7 febbraio. La parola agli antifascisti

  • Dal presidio alla sede pavese della Regione, NO alla legge Maroni sulla casa!

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Movimento Pavia
Celo libre!

Il prossimo 14 gennaio il tribunale di Milano si esprimerà sulla possibilità di Marcelo di continuare a vivere libero nel nostro paese. Marcelo è un ragazzoproveniente dall'Ecuador, arrivato oltre dieci anni fa in Italia dove ha raggiunto la madre. Qui in Italia ha lavorato, ha studiato, si è sposato. Ma non basta per avere il diritto, anzi per qualcuno il privilegio, di rimanere da essere umano e cittadino libero sul territorio italiano con un permesso di soggiorno valido. Il motivo, ovvero la "colpa" di Marcelo non è difficile andarla a trovare: si è sempre impegnato in prima persona, a Milano e non solo, per cambiare le cose, per combattere lo sfruttamento e la miseria che ci vogliono far credere siano condizioni naturali con cui gran parte della popolazione deve rassegnarsi a convivere. Come tanti compagni e compagne negli ultimi anni non è rimasto a guardare: sia che si trattasse di lottare insieme alla popolazione della Val di Susa contro l'alta velocità e lo spreco di denaro e gli effetti disastrosi che si porta dietro; sia che si trattasse di partecipare alle battaglie per il diritto allo studio o a quelle di operai in
sciopero per i loro diritti e la dignità sul posto di lavoro; sia quando si è trattato di organizzarsi per la difesa del diritto alla casa, che se non resta una vuota affermazione di principio si traduce in difesa concreta da sfratti e sgomberi e riappropriazione dell'immenso patrimonio immobiliare lasciato all'abbandono, specie in una città come Milano e nello specifico nella zona del Giambellino e del Lorenteggio. Marcelo paga per questo, come tanti che portano avanti le stesse lotte in tutta Italia, come troppi migranti per i quali oltre alla repressione "normale" si aggiunge il costante ricatto di perdere il permesso di soggiorno se si rimane senza lavoro o se non si "riga dritto". A Pavia abbiamo purtroppo avuto la prova di quanto sia urgente denunciare pubblicamente e lottare contro questo tipo di soprusi, quando a un nostro compagno, ragazzo di origine albanese ma cresciuto nella nostra provincia, è stata negata la cittadinanza italiana da parte del Ministero dell'interno per una semplice indagine in corso (avviata sulla sola base delle ricostruzioni della Digos cittadina e dei carabinieri) relativa alla partecipazione ad un picchetto antisfratto nell'aprile 2013. Rilanciando l'appello dei compagni e delle compagne di Marcelo per l'appuntamento del 14 gennaio davanti al Tribunale di Milano, e invitando tutti  a condividerlo e diffonderlo, a lui esprimiamo tutta la nostra vicinanza e complicità. #celolibre #rompereilricatto

 

 
Verso la moratoria: il 16 novembre tutti sotto al municipio!

Dopo oltre tre anni di battaglie per il diritto ad una casa, ad una vita degna, in cui ad ogni picchetto antisfratto, ad ogni presidio, corteo, gazebo, volantinaggio, accampata abbiamo portato con noi la richiesta di un blocco delle procedure di sfratto per tutti gli inquilini impossibilitati a pagare, finalmente il sindaco ha deciso di formalizzare una richiesta in tal senso al prefetto.

Il fine di un blocco degli sfratti è quello di evitare che una famiglia morosa si trovi a essere sbattuta in mezzo a una strada. Se è vero che questo è tanto più grave nei mesi invernali, crediamo sia una prospettiva che istituzioni che abbiano realmente a cuore gli interessi dei cittadini debbano evitare in ogni caso, perché l'idea di vivere per strada non è accettabile neanche d'estate. Il provvedimento del prefetto, quindi, dovrebbe andare nella direzione di permettere alla famiglia sotto sfratto di passare dalla casa privata a quella popolare o ad altra struttura temporanea fornita dai servizi sociali. Sindaco e prefetto non si nascondano dietro cavilli giuridici: la legge nazionale che regola la graduazione della forza pubblica in casi di morosità parla precisamente di “percorsi di
accompagnamento sociale per i soggetti sottoposti a sfratto”.

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26 denunce per il corteo del 7 febbraio. La parola agli antifascisti

A poche ore dall'ennesima parata neofascista autorizzata dalla questura di Pavia vorremmo prendere parola come antifascisti in merito alle ritorsioni della questura nei confronti di chi lo scorso sette febbraio è sceso in piazza per difendere i valori di libertà, antifascismo e antirazzismo scritti col sangue dei partigiani uccisi dai nazifascisti in questa provincia.

Vogliamo dare la nostra lettura di quella giornata onde evitare facili strumentalizzazioni e per restituire alla nostra scelta di scendere in piazza quel giorno il senso che le spetta, a maggior ragione dopo aver appreso della chiusura delle indagini per 26 persone con diversi capi d'imputazione e addirittura un foglio di via (triste e vergognosa eredità del fascista codice Rocco) per un compagno bergamasco: le denunce vanno da resistenza a pubblico ufficiale ad interruzione di pubblico servizio, passando per oltraggio, travisamento, accensioni pericolose e manifestazione non autorizzata.

Quel giorno, infatti, Pavia è stata infangata da un presidio organizzato da Casapound, partito che si professa apertamente fascista, che ha visto la partecipazione, sotto le lapidi ai martiri partigiani in piazza Italia, di squadristi provenienti da tutta la Lombardia, inclusi i picchiatori che solo poche settimane prima avevano sprangato a Cremona il compagno antifascista Emilio, mandandolo in coma.

I sinceri antifascisti quel giorno si sono rifiutati di abbassare la testa di fronte a una così grave provocazione, affermando che scendere in piazza era un atto dovuto perché un compagno stava ancora lottando tra la vita e la morte proprio per colpa di Casapound.

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Dal presidio alla sede pavese della Regione, NO alla legge Maroni sulla casa!

Oggi l'assemblea per il diritto alla casa è stata alla sede pavese della regione Lombardia per esprimere il suo no al disegno di legge regionale sulla casa che domani verrà portato in giunta. Prossimo appuntamento lunedì 16 novembre ore 21 sotto al municipio in occasione del consiglio comunale sul tema casa.

Dal sito di Radio Onda d'Urto, il link per ascoltare le corrispondenze su questa iniziativa e su un contemporaneo picchetto antisfratto in Valle Camonica

La Giunta Regionale della Lombardia sta approvando una nuova legge sulle case popolari.

D’ora in avanti le case ALER non saranno destinate ai cittadini bisognosi e impossibilitati ad affittare una casa a prezzo di mercato; se dovesse passare la legge voluta da Maroni, solo una parte delle case popolari dell’ALER saranno destinate ai cittadini poveri. Il resto del patrimonio sarà venduto oppure verrà diviso tra ALER e cooperative e da questi affittato allo stesso prezzo dei privati e dei palazzinari.

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Va avanti alla Rhiag la lotta contro i licenziamenti politici

sizianoGiovedì scorso, 8/10, c’è stato un nuovo passo in avanti nella lotta degli operai licenziati dalla Rhiag di Siziano, logistica di ricambi per auto, con una mattinata di blocco dei camion davanti ai cancelli. A oggi è l’ultimo episodio di una battaglia partita lo scorso inverno con uno sciopero contro salari e condizioni di lavoro inaccettabili: dopo il successivo licenziamento degli iscritti al S.i. Cobas che avevano organizzato la lotta in magazzino, a fine marzo c’è stato un nuovo blocco delle merci con l’aggressione (rispedita al mittente) da parte di capi e crumiri nei confronti del picchetto, per arrivare alla vittoria nella causa per l’illegittimità del licenziamento. Questo non si è potuto tradurre in un reintegro per i 10 lavoratori coinvolti dato che guarda caso nel frattempo chi doveva riassumerli ha dichiarato il fallimento per mandare avanti il lavoro con altre ragioni sociali, con la solita girandola di cooperative. Giovedì la Rhiag è stata bloccata nuovamente grazie alla determinazione dei licenziati e alla solidarietà espressa nei fatti da parte di decine di altri operai organizzati col S.i. Cobas provenienti da logistiche e fabbriche della zona e altri solidali arrivati ai cancelli. A quel punto il consorzio che gestisce il lavoro per la Rhiag ha dovuto per forza concedere un incontro ma è chiaro che solo proseguendo la lotta e facendo valere tutta la forza solidale che sta al loro fianco i licenziati potranno ottenere una reale vittoria: invitiamo quindi tutti a restare collegati e a dare il proprio appoggio.

 
Negata per rappresaglia la cittadinanza: solidarietà a Gino!

ginoNegare la cittadinanza ad un ragazzo di origine albanese, letteralmente cresciuto in Italia, dove ha vissuto continuativamente per 20 anni: anche questo si fa per colpire chi lotta. Lo fa il Ministero dell’Interno sulla base non di una condanna penale ma solo su una “segnalazione” della Digos pavese. Nell’aprile del 2013 l’Assemblea per il diritto alla casa era intervenuta nel quartiere Crosione per sventare lo sfratto della famiglia di un muratore disoccupato, che come centinaia di altre persone in città non riusciva più a pagare l’affitto. Quel giorno, quella famiglia aveva trovato sotto la propria casa il solito dispiegamento di forze dell’ordine ma anche la solidarietà di decine di persone, altre famiglie sotto sfratto e abitanti del quartiere. Grazie a questa presenza determinata era stato ottenuto un rinvio dell’esecuzione. E ora la sola ricostruzione della Digos relativa a quel giorno (i reati ipotizzati sono quelli di resistenza a pubblico ufficiale e con grande sforzo di fantasia addirittura lesioni personali aggravate e danneggiamento aggravato in concorso!) viene usata per negare la cittadinanza a un nostro compagno, presente per quello sfratto e in tante altre occasioni al fianco delle famiglie in lotta, oltre che per rifiutargli un semplice duplicato della carta di soggiorno (nonostante avesse fornito le impronte digitali e pagato ben 200 euro) adducendo la necessità di non meglio chiariti accertamenti. Gino ora potrà tornare a chiedere la cittadinanza solo se verrà assolto in sede processuale, spendendo nuovamente dei soldi oltre che ricominciando la lunga attesa che si aggiungerà ai due anni già passati prima di avere la risposta negativa di cui si è detto. Questa rappresaglia è un fatto particolarmente grave, che si inserisce tra le mille misure di limitazione della libertà con cui ogni giorno, in tutta Italia, gli apparati repressivi dello stato colpiscono chi mette in pratica la solidarietà dal basso e il conflitto contro la miseria e lo sfruttamento. Nei confronti di Gino esprimiamo tutta la nostra solidarietà e complicità.

 
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